di TOMMASO VERGA
A DAR RETTA ALLE «pecore da tastiera», la sentenza di ieri emessa a Rebibbia rappresenta la conclusione di un processo ai carabinieri. Nonostante la scelta dell’Arma di costituirsi parte civile, e che Giovanni Musarò, il pubblico ministero, abbia respinto l’interpretazione con accenti decisamente ultimativi. Necessari a rammentare che «la responsabilità penale è personale», regola che si utilizza e si scorda a seconda delle convenienze di ciascuno e della direzione che si è scelta preventivamente per guardare. Verso destra e verso sinistra. Il principio è sempre quello del «io sto con…». Un derby. La Giustizia è pregata di accomodarsi fuori.
D’altronde non è nelle responsabilità dei protagonisti del processo, nemmeno dei condannati Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, e dei loro friends, se si sono formati due schieramenti, estranei alle parti in causa – non sarebbe un processo –. Intanto perché diventa fisiologico in una vicenda che dura da dieci anni (esattamente tanti ne sono passati dalla morte di Stefano Cucchi). E perché a difesa dei carabinieri imputati, sono scesi in campo maestri del pensiero, maîtres de la pensée come Carlo Giovanardi e Matteo Salvini (la summa del capitonex: «Se qualcuno ha usato violenza, ha sbagliato e pagherà ma questo dimostra che la droga fa male. Io combatto la droga sempre e comunque»). Immediatamente seguiti da quanti si abbeverano alla fonte delle dottrine un tanto al chilo.

Il baciamano a Ilaria Cucchi del maresciallo maggiore Salvatore Caporaso; in alto, il pm Giovanni Musarò, Ilaria Cucchi e Salvatore Caporaso

A questo punto, sarebbe stato inutile proporre alle pecore di seguire il dibattimento. Seppure non avrebbe richiesto nessuno sforzo capire che effettivamente Stefano Cucchi è morto per mano di quanti avrebbero dovuto proteggerlo. Anche da se stesso.
In aula, ieri, è andato in scena un siparietto inatteso, un signore in divisa ha baciato la mano a Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano. Riferiscono le cronache che l’uomo – il maresciallo maggiore dei carabinieri Salvatore Caporaso – ha detto che «chi porta la divisa e in particolare quella che indossiamo noi, ha una responsabilità in più di fronte a tutti».
Ecco, quel carabiniere ha sgomberato il campo da ogni presunzione – di innocenza, di colpevolezza –, ribadendo che compito degli appartenenti dell’Arma è quello di difendere i cittadini, a partire da quelli che più necessitano di attenzioni.
Salvatore Caporaso è il più alto in grado impegnato da un anno nella vigilanza e assistenza dibattimentale e ordine pubblico nei procedimenti giudiziari. Sia a piazzale Clodio che a Rebibbia. La conoscenza con la famiglia Cucchi? Dovuta, si presume, al fatto di aver seguito tutto il processo.
Residente a Villanova, la borgata a est di Guidonia Montecelio, il militare è molto conosciuto nell’hinterland orientale della metropoli. Prima del trasferimento nella Capitale, l’appartenenza alla Compagnia di Tivoli gli ha consentito di partecipare alle operazioni più note degli anni recenti contro i tentativi della criminalità organizzata di insediarsi sulla terra di mezzo tra Capitale e provincia. «Tivoli silentes» e «Babylonia» le operazioni più significative.
Seppure da tempo a Roma, nel suo «ambito naturale» Salvatore Caporaso è carabiniere stimato, i cittadini lo considerano un punto di riferimento. Nessuna avventatezza: per come è conosciuto, quanto a galanteria, rispetto e sensibilità – da orgoglioso uomo del Sud –, se in quella notte del 15 ottobre 2009 nella caserma Appia, il maresciallo maggiore fosse stato presente, Stefano Cucchi sarebbe ancora vivo.