(t. ve.) A LUGLIO DEL 2018 la condanna in primo grado di quanti avevano scelto il rito abbreviato, undici della quarantina di arrestati nell’operazione «Cosa nostra tiburtina». La pubblica accusa aveva chiesto 140 anni di carcere, il tribunale di Tivoli ne aveva comminati 112. Per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. Ieri – presidente Nicola Di Grazia; Antonio Riuscito ed Emanuela M. Francini i giudici –, stesse motivazioni, seppure graduate rispetto alle diverse responsabilità tra gli imputati, il «resto» della banda è stato condannato, 370 anni, quasi quattro secoli di carcere.
La richiesta del pm Luigi Fede, ha «retto» per 23 imputati, condannati a pene distribuite dal massimo di 18 anni per Cristian D’Andrea e Massimo Piccioni, e scese a 13 anni via via fino al minimo di 6 anni e 8 mesi. Da 6 mesi a 4 anni e mezzo le pene per gli spacciatori «semplici».
Assolti per non aver commesso il fatto e disposta «l’immediata liberazione» per Manuel D’Ascenzo e Giuseppe De Angelis nei riguardi dei quali il tribunale «dichiara cessata l’efficacia della misura cautelare della custodia in carcere in atto».
Tutte le caratteristiche del blitz quello che il 5 dicembre del 2018 svegliò i tiburtini. Un bis del «primo tempo» risalente all’otto marzo. Con le due operazioni, vie e piazze di Tivoli e di Villanova di Guidonia Montecelio vennero ripulite dall’associazione più pervasiva insediatasi negli anni recenti dedita allo spaccio di stupefacenti.
L’attività di indagine che portò al conio di «Cosa nostra tiburtina» impegnò i carabinieri di Tivoli sostenuti dal nucleo elicotteri, dalle unità cinofile e dai militari dell’8 reggimento Lazio, con il coordinamento della Dda (la Direzione distrettuale antimafia).
L’operazione «madre» di marzo si concluse con l’arresto di una quarantina di persone alle quali era stata assegnata la «titolarietà» delle piazze di spaccio tra Tivoli e Villanova. Una banda talmente organizzata e sicura di sé che le cronache segnalarono l’episodio di un carabiniere addetto all’indagine seguito fino alla propria abitazione da un appartenente dell’organizzazione.
Il cui vertice era rappresentato da Giacomo Cascalisci, morto suicida il 27 agosto del 2018 nel corso della detenzione presso le «Molinette» di Torino, reclusione dovuta all’arresto risalente all’8 marzo. Un decesso che non sgomberò il campo da interrogativi sulle motivazioni. Nonostante l’azione dello Stato e il carcere per i vice di Cascalisci – Cristian D’Andrea e Massimo Piccioni –, nei superstiti non venne a mancare la voglia di mantenere in attività i residui del gruppo, tentando di organizzarlo sul modello e le tracce del fondatore.
La «forma e la sostanza» presenti nelle modalità operative della banda hanno suscitato un quesito, una domanda, che si direbbero funzionali proprio a quel «modello»: al complesso creata da Giacomo Cascalisci. Non si descrive un piccolo gruppo, ma una organizzazione con funzioni e ruoli riconosciuti all’interno. Della quale ci si chiede quanto godesse del «benestare» di organizzazioni criminali di «area vasta» (della ‘ndrangheta in particolare; si pensi all’insediamento messo fuori gioco dall’«operazione Tivoli silentes»), dalla fornitura della materia prima – gli stupefacenti – alla copertura territoriale, utilizzata per escludere a priori eventuali concorrenti. Una «Cosa nostra» locale, appunto. Solo una riflessione. Ma, se fosse, che porta a immaginare le indagini non concluse con la sentenza di ieri.
Condanne per oltre 370 anni di carcere ai 40 di «Cosa nostra tiburtina»
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