Dopo il golpe la Cia avrebbe «gradito» Giulio Andreotti presidente

Junio Valerio Borghese, a destra, Natale Rimi
IL LUNGAMENTE ATTESO COLPO DI STATO
Italia, 8 Dicembre 1970, alle ore 07:59, la nazione avrebbe dovuto ascoltare questo comunicato: «Italiani, l’auspicata svolta politica, il lungamente atteso colpo di Stato ha avuto luogo. La formula politica che per un venticinquennio ci ha governato e ha portato l’Italia verso lo sfacelo economico e morale ha cessato di esistere. Le forze armate, le forze dell’ordine, gli uomini più competenti e rappresentativi della Nazione, sono con noi, mentre possiamo assicurarvi, che gli avversari più pericolosi, quelli che per intendersi, volevano servire la Patria allo straniero, sono stati resi inoffensivi. Nel riconsegnare nelle vostre mani, il glorioso tricolore, vi invitiamo a gridare il nostro prorompente inno d’amore: Italia! Italia! Viva l’Italia!».

JUNIO VALERIO BORGHESE

CHE NELLA REPUBBLICA fosse viva un’«anima nera» gli italiani lo scoprirono con la strage alla Banca nazionale dell’agricoltura in piazza Fontana a Milano, il 12 dicembre del 1969. Inizia così la strategia della tensione che avrebbe contrassegnato gli anni Settanta fino all’attentato del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna. Appartiene a quella fase della Storia d’Italia il piano che nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, doveva rovesciare il sistema democratico. Il golpe, messo a punto dal «principe nero» Junio Valerio Borghese, fondatore del Fronte Nazionale (sorto a Roma il 13 settembre 1968), associò i fascisti a Cosa nostra e alla massoneria. Il fallimento dell’insurrezione – l’«operazione Tora Tora» – provocò l’arresto di 78 persone accusate di cospirazione politica. Tutte assolte con sentenza definitiva nel 1984. Per evitare la cattura, il «principe nero» si rifugiò nella Spagna del dittatore Francisco Franco. Morì a Cadice, nel 1974.

NATALE RIMI

Ragioniere, impiegato ad Alcamo, dov’era nato nel 1938, «comandato» a giugno del 1971 alla Regione Lazio (da Roma l’istanza giunse in Sicilia dopo il trasferimento), Natale Rimi – figlio di Vincenzo, fratello di Filippo – a seguito del trasloco decise di abitare a Guidonia Montecelio. Sul «comando regionale» non pesò affatto la sua partecipazione al piano fascista di Valerio Borghese dell’anno prima. Nella notte del 7 dicembre, in qualità di «armiere» e di coordinatore dei «soldati» di Cosa nostra, alle 23, con alcune centinaia di uomini Natale Rimi entrò al Viminale per prelevare duecento mitra. Obiettivo centrato.

Tommaso Buscetta, il «traditore»

di TOMMASO VERGA
IL PRIMO A DIFFONDERE la notizia della trattativa tra il «principe nero» Junio Valerio Borghese e Cosa nostra, fu Il traditore, Tommaso Buscetta, il pentito di mafia che dà il titolo al film di Marco Bellocchio. A seguire, l’altro mafioso Antonino Calderone,  fratello di Giuseppe “Pippo”.
Tommaso Buscetta riferì che nel 1970, in contemporanea con lo svolgersi dei campionati di calcio in Messico (così distratta l’opinione pubblica), nella casa di Giuseppe “Pippo” Calderone a San Giovanni La Punta, in provincia di Catania, si svolse il summit convocato da Luciano Liggio. Oggetto, decidere se partecipare a un golpe, richiesta di Junio Valerio Borghese, l’ex comandante fascista della X Mas (cfr.: interrogatorio giudice istruttore di Palermo, 4 dicembre 1984; deposizione Commissione parlamentare antimafia, 16 novembre 1992; interrogatorio maxiprocesso antimafia, 9 gennaio 1996; rogatoria internazionale a Marsiglia, 24 giugno 1987 e 9 novembre 1987; sentenza-ordinanza del G.I. Guido Salvini del 18 marzo 1995, p. 210).
Nel summit di San Giovanni La Punta, tra i motivi della discussione – centrale se partecipare o meno al golpe –, fu la contropartita offerta dal principe golpista alle famiglie mafiose: se Cosa nostra avesse assicurato una partecipazione attiva, a colpo di Stato concluso, Junio Valerio Borghese sarebbe intervenuto nella revisione dei processi contro esponenti dell’organizzazione criminale. Colpì gli astanti il ripetuto riferimento non tanto al processo di Liggio quanto a quello dei Rimi, padre a figlio. Eppure il capofamiglia Vincenzo, e il figlio Filippo erano stati già condannati all’ergastolo anche in appello. Non è stato mai svelato l’interesse del «principe nero» per la famiglia del boss di Alcamo.
Mentre costruiva la ragnatela delle alleanze – ai siciliani, il principe disse che al golpe avrebbe partecipato anche la massoneria – i soldati di Junio Valerio Borghese si allenavano in vista dell’insurrezione. I lanci dei paracadutisti si susseguirono nell’aeroporto «Alfredo Barbieri» di Guidonia Montecelio mentre le «operazioni di terra» vennero sperimentate a Pian del Rascino, nel campo paramilitare di Giancarlo Esposti.
Nonostante le assoluzioni del 27 novembre del 1984 per insufficienza di prove a carico di «un conciliabolo di 4 o cinque sessantenni», l’obiettivo del golpe venne comunque raggiunto: il consolidamento dell’Italia in una posizione subordinata, anticomunista, centrista e filoatlantica.

Il libro di Guido Salvini sulla strage di piazza Fontana del 1969

Fu il materiale raccolto dalle inchieste giudiziarie degli anni successivi – elementi probatori vennero scovati anche nelle indagini sulla strage del 28 maggio 1974 di piazza della Loggia a Brescia – a definire la ramificazione delle organizzazioni eversive: costituite da elementi della destra non soltanto «estrema» e da esponenti della massoneria e della criminalità mafiosa, ma anche da servitori dello Stato soggetti al giuramento di fedeltà, a principiare da ufficiali dell’esercito e delle forze dell’ordine.
Solo nel 1995, il magistrato Guido Salvini sosterrà l’esistenza di un apparato eversivo complesso, presente sull’intero territorio nazionale, in sintonia con la criminalità organizzata, nel quale erano coinvolti Licio Gelli, il generale Francesco Mereu (capo di stato maggiore dell’Esercito) e l’ammiraglio Giovanni Torrisi (capo del Sios Marina), tutti affiliati alla P2. Torrisi sarebbe stato in contatto con Salvatore Drago, un medico piduista in servizio al ministero dell’Interno, che godeva di buone conoscenze in ambienti mafiosi.
Non tutti i nomi vennero resi pubblici dai diversi apparati dello Stato. I sospetti su chi avesse occultato le figure di maggior rilievo nelle varie inchieste caddero su Andreotti, ma il ministro della Difesa (a quel tempo) dichiarò che ritenne di dover tagliare parti del dossier, non renderle pubbliche in quanto tali informazioni erano «inessenziali» per il processo in corso e, anzi, avrebbero potuto risultare «inutilmente nocive» per i personaggi ivi citati poiché non c’erano prove certe.
Proprio su Giulio Andreotti, Junio Valerio Borghese si peritò di delineare il dopo-golpe. A suo dire, era l’unico nome che andasse a genio agli Stati Uniti, tranquillizzato i partner del nostro Paese ed evitato conseguenze negative a livello internazionale. L’uomo politico non solo si premurò di smentire ma, interrogato dai magistrati, consegnò alla procura della Repubblica di Roma un dossier del Sid (redatto dal generale Gianadelio Maletti e dal colonnello Sandro Romagnoli) che descriveva il piano e gli obiettivi del golpe, portando alla luce nuove informazioni.
La smentita della smentita (Giulio Andreotti sì o no a capo del governo golpista) venne alla luce il 5 dicembre 2005, ne La Storia siamo noi di Giovanni Minoli. A parlarne (in diretta) fu Adriano Monti, un medico di Rieti introdotto negli ambienti fascisti, aspirante ministro degli Esteri del governo golpista. A suo dire, a indicare il divo-Giulio – qualificato come il Caronte della «drastica svolta della politica nazionale» – fu la Cia, in cambio dell’appoggio degli Usa all’insurrezione. Che non andando a buon fine – per i promotori – mancò pure della conseguente verifica.
Sintomatico però il telegramma con il quale Graham Martin, l’ambasciatore Usa in Italia, comunicò gli avvenimenti al Dipartimento di stato Usa: «The organization involved is called Fronte Nazionale. The head of the organization is Valerio Junio Borghese. It is made up primarily of retired military personnel allegedly with broadly based contacts throughout Italian society (industrialists, labor unions and active military personnel), is not tied to any political party, is not monarchist in bent and has a para-military substructure. Its motivation is nationalistic, anti-Communist and pro-American».

Sergio Calore: il golpe doveva accodarsi alla strage di piazza Fontana

Sergio Calore

Non soltanto conferme ma altre informazioni significative sugli obiettivi del «principe» vennero dai pentiti Paolo Aleandri e Sergio Calore. Aderente a Ordine nero e fondatore di Costruiamo l’azione, il primo raccontò che qualcuno aveva suggerito il golpe a Valerio Borghese. Il quale «avrebbe dovuto instaurare un regime militare sostenuto da alcune forze istituzionali che avevano dato il loro tacito assenso all’intera operazione. Per cui l’insurrezione  avrebbe dovuto funzionare da pretesto per emanare leggi speciali, instaurare un governo autoritario, a guida Dc, appoggiato dagli americani, eliminando politicamente e fisicamente la minaccia comunista in Italia» (audizione Commissione P2, 9 febbraio 1984). Nella narrazione di Aleandri (il quale nel processo per la strage di Bologna ammise di essersi procacciato 35-40 chilogrammi di esplosivo a Villalba di Guidonia) par di capire che il comandante della X Mas sarebbe caduto in una trappola.
A smentire totalmente la versione di Paolo Aleandri provvedono le rivelazioni dell’ex terrorista nero tiburtino. Sergio Calore, appartenente al circolo ordinovista «La Rochelle», con sedi a Tivoli e a Guidonia Montecelio, offre una lettura del golpe del tutto diversa ma decisamente credibile, «dentro» la strategia della tensione che squassa il Paese, un «progetto di sistema» vien da dire, di tutt’altra natura rispetto all’«ufficialità» e a quanto sino a quel momento (così come in seguito) conosciuto e divulgato. La sintesi: le bombe di piazza Fontana e il piano di Valerio Borghese costituiscono azioni di un solo ed unico progetto eversivo.
Le dichiarazioni di Sergio Calore risultano verbalizzate il 21 settembre 1991 da Guido Salvini – pubblico ministero nel processo di piazza Fontana e altri procedimenti sul terrorismo –: «In merito a quel periodo, posso dire che mi fu riferito un discorso relativo agli attentati del 1969 in relazione al progetto di golpe. Quand’ero ancora libero, mi fu detto (da Amos Spiazzi, il «nero» fondatore della Rosa dei venti, ndr) che secondo il programma del cosiddetto golpe Borghese, che fu tentato nel dicembre del ’70, doveva avvenire in realtà un anno prima e che la collocazione delle bombe, nel dicembre 1969, aveva proprio la finalità di accelerare questo progetto comportando nel Paese una più diffusa richiesta d’ordine e il discredito delle forze di sinistra in genere, che sarebbero state additate come responsabili e corresponsabili dei fatti».
Sergio Calore venne ucciso il 6 ottobre del 2010 in via Colle Spinello, a Guidonia Montecelio, nella sua tenuta di campagna. Mai catturato l’omicida. Ci si domanda se questa parte della vicenda umana dell’ordinovista sia stata approfondita appieno. Le indagini sarebbero state ristrette ai sospetti su una vendetta dei suoi ex commilitoni, chissà se anche della mafia…

L’altro «patto fascio-mafioso»: l’assassinio di Piersanti Mattarella

Il 6 gennaio 1980 la mafia assassina Piersanti Mattarella, presidente della giunta regionale siciliana; condannati i mandanti, mai individuati gli esecutori

Come si vede, i fascisti – propugnatori della teoria «legge & ordine» (nei comizi) – non disdegnavano il tete a tete con la mafia. Anzi, tutto sta a illustrare le modalità di un’alleanza a pieno titolo. Una combinazione che non perde d’interesse e soprattutto d’attualità visto che – a distanza di quarant’anni – i sospetti su un «patto mafia-neri» rappresenta il  nucleo sul quale si poggiano le indagini avviate un anno fa dal procuratore generale di Palermo Francesco Lo Voi sull’omicidio di Piersanti Mattarella, il presidente della giunta regionale siciliana assassinato il 6 gennaio del 1980.
A dimostrazione che il «connubio fascio-mafioso» funzionasse, su un piano infinitamente più circoscritto comunque significativo, specie rispetto alle modalità di azione e ai partecipanti, con l’inizio degli anni ’80 identica consociazione venne messa in opera nel perimetro Tivoli-Villanova-Villalba di Guidonia, definito dalla stampa dell’epoca il «triangolo della morte». Dell’area si impadronì l’organizzazione criminale che poggiava su inviati al soggiorno obbligato a Tivoli (di matrice ‘ndranghetista) e gli ordinovisti del circolo intitolato a Drieu La Rochelle. Unione che seminò lungamente il terrore nella zona, e che lasciò dietro di sé una scia di morti ammazzati, una decina, la metà ormai cold case.

2. Continua – La prima puntata dell’inchiesta è stata pubblicata il 18 novembre 2019; il link:
http://www.hinterlandweb.it/wordpress/2019/11/con-la-regia-di-frank-coppola-la-fuga-da-villa-margherita-vestito-da-suora/