di TOMMASO VERGA
«QUEL MONDEZZAIO QUALCUNO L’HA CREATO» rimarca un passante che transita su via Albuccione (nella foto in alto, oggi alle 14.45; sotto, nessun principio d’incendio nello stesso luogo alle ore 13 di ieri). Si intuisce, vorrebbe anche aggiungere qualcosa, invece l’osservazione si arresta alla constatazione, accompagnata da un brontolio. Proviamo con la sollecitazione-provocazione: beh, che qualcuno abbia buttato sacchi neri dell’immondizia in mezzo alla strada è poco ma sicuro. Ma perché? Quale idea s’è fatta? «Io vivo ad Albuccione da sempre, non ricordo fatti come quelli successi in questi giorni… la monnezza sparpagliata in giro, l’incendio… secondo me c’è qualcuno che sta giocando una partita sporca». Cosa sta dicendo? che non si tratta di senso civico, di cattiva educazione ma che c’è un piano dietro questi fatti? la regia di un’organizzazione? e perché? cosa ne ricaverebbe? la cacciata degli zingari? «Ma quale zingari, io non lo so, però la penso così».
Un passo indietro. «La situazione all’Albuccione è molto critica dal punto di vista della sicurezza» affermava due anni fa Michel Barbet, il sindaco di Guidonia Montecelio, città della quale la borgata fa parte. Nella lettera, di inizio agosto 2019, inviata al prefetto, al questore di Roma e al ministro della Difesa, a garanzia della invocata legalità, si chiedeva l’intervento dei militari del progetto “Strade Sicure”.
Legalità, un argomento del quale si parla a mo’ di conversazione da salotto, che brilla per la genericità. Costantemente, sempre ancorata a versioni unidirezionali, mentre sarebbe bene che tra primo cittadino e partiti politici si affrontasse lo spinoso tema dell’illegalità delle istituzioni, quella delle campagne elettorali, fondata sulle promesse di “sistemazione” delle aspettative di chi vive nel quartiere dov’è nato (c’è chi lo chiama “frazione”: chissà perché). Da decenni ormai, l’appuntamento contrassegnato dal periodo delle urne, segna la stagione buona per impegnarsi sulla vexata quaestio, la reiterata promessa di disfarsi dei beni del «Pio istituto Santo Spirito» di proprietà della Asl Roma 5.

L’ELENCO DELLE CONTRADDIZIONI / LA SANATORIA? PAGATA E SCOMPARSA. In gran parte i soci di Unitaria, Menghi e Jeranense, le tre coop “legali” (circa l’80 per cento) hanno sbrigato le pratiche sulla “sanatoria”. Da cima a fondo. Domanda, autorizzazione rilasciata dai Comuni di Tivoli e Guidonia Montecelio, conclusa la parte burocratica hanno versato le somme dovute. Abusi scomparsi? Nemmeno per idea. Perché i due municipi non hanno mai dato seguito a quel che la legge imponeva. Gli attesi certificati attestanti lo stato di cose divenuto regolare sono rimasti sottochiave in qualche armadio. Ignote le ragioni, a meno che, trattandosi di “affittuari”, il proprietario avrebbe dovuto esprimere “esplicito consenso alle modifiche intervenute sulle opere edilizie”. Atto forse mai richiesto comunque mai rilasciato. Cosa che non ha (pre)occupato spazio nel pensiero dei Comuni. Risultato: la legge obbliga a perseguire e a incassare, ma si può tranquillamente violare nell’esecuzione. Gli “occupanti” hanno pagato ma restano rei di abusi. Sicuramente non alla pari delle due amministrazioni. I primi sulla carta, le seconde nei fatti.
Chi vince vince. Tutto il resto è… Fino alla prossima scadenza. Nella quale si riproporrà la pantomima della regolarizzazione dei soci delle tre cooperative dal dopoguerra occupanti gran parte dei 258 ettari di territorio distribuito tra Tivoli e Guidonia Montecelio. Nell’arco di tempo seguente, a voto ultimato, si tornerà a considerare illegali gli abitanti di Albuccione (sempre attuale il rischio che qualche magistrato sentenzi ed ordini l’esecuzione), mentre il paradosso vuole che invece risultino legali i due Comuni che, anno dopo anno, incamerano gli affitti delle coop sulle superfici delimitate, oltretutto non essendo gli enti locali nemmeno più titolari del bene da fine novembre 2012.
Per individuare l’ultima volta che la Asl ha provato a mollare gli ormeggi bisogna risalire al 2017. A Vitaliano De Salazar, il noto direttore generale della Asl Roma5. Che firma e promuove l’«Adozione Regolamento per l’alienazione dei beni immobili denominati “Terreni ex Pio Istituto Santo Spirito”». La delibera è la 000513 del 23 giugno di quell’anno.
Un atto contenente il “piccolo difetto” di suscitare molteplici interessi. Non preventivato viceversa quello dell’Anac, l’autorità anticorruzione. Appuntatosi, in particolare, sul decreto del 25 gennaio 2018 che assegnava un incarico triennale (però rinnovabile) a vendere i terreni e altro a Enrico Michetti, l’odierno candidato della destra a sindaco di Roma. Un signore con «le mani in pasta» secondo Giorgia Meloni, che per evitare la gara d’appalto e intascare i 90mila euro fissati dalla Asl di Tivoli, definì la sua «Gari» – Gazzetta amministrativa della Repubblica italiana –, un’azienda “pubblica”, quindi per legge non soggetta alla normativa sugli appalti. Fu Raffaele Cantone, presidente dell’Anac, a scoprire che la «Gari» è una srl privata della quale Michetti è tuttora direttore e amministratore. Materia per la Corte dei conti.
Altro incarico, medesimo scopo, l’assegnazione a due notai di Guidonia Montecelio, per 25mila euro, del compito di realizzare un censimento, propedeutico è parso di capire alla fase successiva, la trattativa propriamente detta con le coop formate dagli occupanti. Rilevamento tuttora in corso? Oppure è concluso? Se ne conoscono gli esiti? Ancora domande, come sempre, a distanza di anni…
Dopo De Salazar, al vertice di via dell’Acquaregna, sede della Asl a Tivoli, sono approdati il part-time Giuseppe Quintavalle e successivamente Giorgio Giulio Santonocito, due direttori generali che non risulta abbiano dato impulso o aperto un nuovo dossier sull’«alienazione dei beni» dell’ex Pio istituto Santo Spirito. Nonostante la norma del 4 luglio 2014 nel bilancio della Regione Lazio, che definiva la procedure e le regole dell’operazione.
Tappa dopo tappa, si giunge così al sindaco di Guidonia Montecelio che invoca la presenza dell’esercito. Per fare cosa? Come non rendersi conto che a chiedere una soluzione è la condizione dei residenti progressivamente peggiorata? Uno stato che prescinde dagli episodi criminosi come gli incendi che hanno messo in pericolo persone e cose in forme particolarmente insidiose. Così come la disseminazione a pioggia dei rifiuti sulle strade. Azioni che, se provata l’organizzazione, altro non suggeriscono se non la voglia di ignoti di esasperare lo stato d’animo degli abitanti. Se fosse un disegno preordinato, vuol dire che si intende far crescere la sollevazione popolare, magari evocando antiche forme di ribellismo. Non esattamente del tipo di quelle tradizionali dell’Albuccione (di natura e a fini «sociali», tutt’altro che corporativi). Più che a richiami incomprensibili, occorre che la politica e l’amministrazione pubblica non soltanto si interroghino sui motivi, ma predispongano gli atti e le condizioni perché la borgata esca dall’ambiguità di una condizione ritenuta paraillegale. Dalle stesse istituzioni.
La via d’uscita, a distanza di un’ottantina d’anni, è risolvere il problema della proprietà dei beni ex Pio istituto Santo Spirito. Quanto sta accadendo rappresenta la dimostrazione che è giunta l’ora di mettere fine alla precarietà, da sostituire con il diritto alla piena cittadinanza dei residenti. Tenendo conto della diversità tra le coop. L’occupazione dei terreni di Albuccione non è stata tutta «uguale», ci sono storie e storie, in parte risalenti alla Storia d’Italia, condizioni e condizioni. Si attendono risposte, dalla Asl Roma 5 e dalla Regione Lazio. Ma anche dal Comune.